Questo corpo con gli anni si consuma; la malattia è sua ospite: vulnerabile, fragile un ammasso decrepito che va disintegrandosi e infine svanisce nella morte.
Completamente logoro è questo corpo, nido di malattie e fragile. Questa massa immonda si disgrega, perché la morte è la fine della vita.

Commento approfondito

Il Buddha insegnò questo verso nel Boschetto di Jeta riguardo all'anziana monaca Uttara. A centoventi anni andava ancora a fare la questua. Per tre giorni consecutivi diede tutto il cibo che riceveva a un altro monaco, senza lasciare nulla per sé. Il quarto giorno, indebolita dall'età e dalla fame, inavvertitamente calpestò la sua veste e cadde. Il Buddha le si avvicinò e le ricordò dolcemente che il suo corpo invecchiato si stava consumando e presto sarebbe morto. L’invecchiamento è un processo inevitabile di declino fisico e mentale. Il corpo diventa fragile, i sensi si attenuano e le malattie si moltiplicano. Nonostante le sofferenze che la vecchiaia porta con sé, molti sono ancora saldamente aggrappati alla vita. Il Buddha descrisse il corpo invecchiato come un fragile "nido di malattie". Poiché il corpo è solo un'aggregazione temporanea di elementi, prima o poi dovrà disperdersi; dove c'è la nascita, deve esserci la morte. Invece di vivere nel passato o preoccuparsi del futuro, gli anziani – e tutti i praticanti – dovrebbero usare saggiamente il tempo che rimane loro per coltivare la consapevolezza e praticare il Dharma. Poiché la morte può sopraggiungere in ogni momento, riconoscere la fragilità del corpo è una motivazione profonda per cercare diligentemente la liberazione spirituale.

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